Hasselblad 501c/m

Oggi intendo raccogliere le mie impressioni su uno dei grandi classici della fotografia analogica: il sistema Hasselblad Serie V. Non mi dilungherò in prolisse descrizioni di una delle più famose fotocamere della storia, entrata ormai nell’immaginario collettivo non solo per l’impiego nelle missioni spaziali, ma anche per la vastissima schiera di fotografi professionisti che ne hanno fatto il principale strumento di lavoro e di successo.

Il progetto è razionale, modulare, basato su corpi di eccellente fattura, completamente meccanici (se escludiamo le serie “E” ed “FE”). Un po’ meno razionale è il macchinoso processo di carica del rullo, ma concendo al caro Victor questa piccolo inconveniente, visto che gran parte delle medio formato condividono la stessa diabolica procedura. Le ottiche con otturatore centrale sono firmate Zeiss, praticamente tutte di altissimo livello, alcune vicine alla perfezione, (vedi i ‘Superachromat’). Una speciale menzione va ai vetrini di messa a fuoco, in particolare gli Acute Matte: ammirare l’inquadratura attraverso il pozzetto con uno di questi costosi accessori è una festa per gli occhi e basta a giustificare l’acquisto di un corredo 6×6. Ma veniamo al dunque..

L’esperienza di scatto è riflessiva, quasi catartica, un rito che esige tempo e disciplina, in cui ogni aspetto dello scatto è affidato al fotografo, fino al liberatorio rilascio dell’otturatore e al sonoro richiudersi delle tendine. Si ha quindi l’impressione, più spiccatamente rispetto ad ogni altro tipo di camera, che l’immagine sia in fieri, un divenire, e che la pressione del pulsante di scatto sia solo l’atto finale.

Monterosso

Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Acros 100. Riomaggiore, Cinque Terre.

Un altro aspetto che apprezzo di questa fotografia puramente manuale è la necessità di integrazione di una lunga serie di parametri: la lettura dell’esposimetro, le impostazioni di questo, la profondità di campo desiderata, la reciprocità della pellicola, l’uso di filtri o polarizzatori, la scala di tempi e diaframmi graduata in “1/2” stop, ecc… la cui approssimazione porta alla scelta finale dell’esposizione. Ne è un esempio questo scatto di Riomaggiore: passato il tramonto, con un treppiedi improvvisato sugli scogli, una semi-inutile misurazione esposimetrica (visto l’elevato contrasto zonale) e il calcolo dei tempi “a occhio” per coprire l’eventuale difetto di reciprocità (non avevo con me il data sheet dell’Acros 100) e via scatto flessibile premuto seguendo il ticchettare della lancetta dell’orologio..

Morteratsch

Hasselblad 501c/m, 150 f/4 CF Sonnar, Fuji Acros 100. Ghiacciaio del Morteratsch, Svizzera.

Inoltre, usare un oggetto “antiquato” come un Hasselblad, o una qualsiasi vecchia medio formato meccanica, è – con un po’ di feticismo – un atto di gratificazione, un piacere. Ma può essere anche un momento “terapeutico” contro la patologica frenesia del moderno fotografo digitale. Quest’escursione ai piedi del ghiacciaio del Morteratsch era appena la terza o quarta sessione di scatto con la svedese: ora riconosco che, se avessi portato la 1DIII o un’altra digitale, probabilmente mi sarei perso i dettagli mozzafiato del ghiaccio sulla vetta, o le linee sinuose disegnate dalle passate frane, o l’attenzione scrupolosa all’inquadratura in fase di scatto.

Parlando di dettagli, va detto che un buona pellicola 120 a bassa-media sensibilità, è in grado di rivaleggiare con i migliori sensori 35mm FF da 20-24+ Mpx per risoluzione, mentre in quanto a gamma dinamica, realismo, resa dei toni d’ombra e luce, per certi versi, è imbattibile. Basta uno scanner economico come l’Epson utilizzato per queste scansioni e un kit 6×6 usato da 600-700€ per fruire anche in formato elettronico di alcune tra le migliori ottiche tedesche mai realizzate.

Vadret da Morteratsch

Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Provia 100. Ghiacciaio del Morteratsch, Svizzera.

E visto che di ottiche tedesche si parla, ecco una rapidissima carrellata dei principali obiettivi disponibili. L’80mm f/2.8 è la lente standard; che sia C, CF, CFe/i, rimane un vetro impeccabile, come ogni “normale” dovrebbe essere. I grandangolari 40mm e 50mm f/4 fanno un egregio lavoro, specie alle lunghe distanze, ma raggiungono l’apoteosi nella declinazione FLE, ovvero la versione dotata di elemento flottante. Con l’aggiunta di una ghiera secondaria su cui impostare il range di messa a fuoco, la lente viene corretta per le brevi e brevissime distanze, ampliando ulteriormente le possibilità d’utilizzo. Il medio tele più comune è il 150mm f/4 e, come ci si potrebbe aspettare da un design Sonnar, è deliziosamente neutro, plastico e definito. Il fratello maggiore allunga di altri soli 30mm, ma è di indole decisamente differente, più clinico, preciso, risolvente: il 180mm f/4 è uno strumento specialistico, per la fotografia che richiede il massimo dettaglio e il minimo di aberrazioni. Il  250mm f/5.6, le cui dimensioni, così come il peso, iniziano a diventare preoccupanti, è l’ideale per il paesaggio a lunghe distanze (superfluo sottolineare la bontà ottica anche di questa lente).

05

Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Provia 100. Tellaro (Lerici)

Prendendo il considerazione il suddetto 80mm f/2.8 CF, benchè il ritratto di questo oleandro in fiore non sia certo un esempio di grande fotografia, mostra chiaramente la plasticità e le transizioni tonali nello sfocato del Planar. Il soggetto floreale non è particolarmente benevolo nei confronti di ottiche mediocri, ma in questo caso il fogliame è reso in maniera squisitamente neutrale, senza un fastidioso outline sui punti fuori fuoco. Al tempo stesso la resa non è destruente, come nel caso di altri vetri che affogano i dettagli dello sfondo in un mare di sfocato informe, appiattendo l’immagine. Anche grazie ai bellssimi e naturali colori della Provia 100, il ramo in fiore spicca nettamente, si “solleva”, quasi a superare i limiti dell’immagine bidimensionale.

01

Hasselblad 501c/m, 50 f/4 FLE CF Distagon, Ilford Delta 100. Ex ospedale psichiatrico di Mombello.

Per dimostrare invece quanto siano risolventi le lenti, niente meglio dell’accoppiata con la Ilford Delta 100, una delle pellicole di media sensibilità con grana fine ed eccellente definizione, tra le migliori tra quelle finora da me provate. Questi scatti che ritraggono le corsie dell’ex-manicomio di Mombello, mettono in luce non solo la capacità di descrizione dei dettagli fini, ma anche altre fondamentali caratteristiche tipiche del medio formato: ariosità e tridimensionalità. La continuità dei corridoi è sezionata dal geometrico ripetersi di porte e finestre socchiuse,  che moltiplicano le fonti di luce e generano pozzanghere d’ombra negli anfratti dove l’intonaco si scrosta dalle pareti e viene sostituito dalle muffe;  il senso profondità ne è esaltato, non solo per via delle linee prospettiche convergenti, ma anche grazie al contrasto macroscopico tra le aree a diversa illuminazione, ben descritte grazie all’ampia gamma dinamica del formato medio.

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Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 Planar, Ilford Delta 100. Ex ospedale psichiatrico di Mombello.

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Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 Planar, Ilford Delta 100. Ex ospedale psichiatrico di Mombello.

In condizioni di scatto subottimali, la Svedese consente, con un po’ d’attenzione, di scattare a mano libera con tempi lenti dell’ordine del 1/10 – 1/2s, ottenendo comunque un buon livello di nitidezza. Come nel caso di questi affreschi ritratti all’interno del Santuario di Treviglio, peraltro decisamente poco illuminato.. i puristi storceranno il naso, ma.. di necessità virtù.

Holy lightHasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Provia 100. Santuario, Treviglio.

Se proprio devo trovare un difetto a questo storico sistema, a mio avviso rimane la ridotta apertura massima delle lenti. Capisco che l’otturatore centrale non consenta diaframmi superiori a f/2.8-4 per la maggior parte delle focali e che queste siano state ideate per l’impiego in studio, press, paesaggio, ecc.. ma personalmente questo limita il campo d’impiego della mia 501 c/m. Per ovviare al problema, mi sono interessato alla 203FE e al fantastico range di ottiche prive di otturatore (in media uno stop più luminose), la cui punta di diamante rimanr celebre 110 f/2 Planar.. ma i prezzi d’acquisto mi hanno dissuaso. In base a queste considerazioni, ho scelto di affiancare all’Hasselblad una compagna giapponese e molto più recente: la Mamiya 645 AFD. Anche in questo caso un otturatore a scorrimento sul piano focale si fa carico dell’esposizione, così  che possano esistere vetri come il 80 f/1.9, 45, 55, 150 e 200 f/2.8, 300 f/4.5, ecc… Ho riportato le mie prime impressioni sul sistema Mamiya nel post precedente, per chi fosse interessato.
04

Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 Planar, Ilford Delta 100. Ex ospedale psichiatrico di Mombello.

I dati di scatto sono riportati sotto ogni foto. Tutte le immagini sono state scansionate con Epson V600 e Vuescan. On Flickr

© Gabriele Casirati, All rights reserved. All photographic images are the property of Gabriele Casirati unless stated otherwise and may not be used in any way without the written consent of the author.

3 pensieri su “Hasselblad 501c/m

  1. Claudio

    Possiedo un’Hasselblad accessoriatissima e praticamente nuova che giace in un cassetto…il tuo articolo mi ha fatto venire la voglia di…tirarla fuori e farci qualche scatto da scannerizzare successivamente..Grazie!

    Rispondi
  2. gcasirati Autore articolo

    Non può che farmi piacere, se hai un Hasselblad devi sfruttarla! Non solo è un sistema fantastico, per me è stato un eccellente strumento di sperimentazione e un contributo fondamentale a migliorare la tecnica e il mio modo di fotografare.
    Buoni scatti ; )

    Rispondi
  3. sergio

    Scatti molto belli, che testimoniano l’eccellenza di queste ottiche e di questo sistema, domani farò la mia prima uscita con la mia nuova Hasselblad 500 cm con Planar 80 CF, non vedo l’ora di vedere i risultati, questa recensione mi ha fatto solo aumentare la voglia.
    Complimenti

    Rispondi

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