Mamiya 645 AFD

Primo articolo, del quale mi servirò anche per una breve presentazione, per il nuovo blog e primo resoconto per la Mamiya 645AFD, da poco entrata a far parte del corredo.

Questa recensione, come anche le prossime, sarà primariamente un resoconto delle mie impressioni sul campo, un cocktail di opinioni e suggerimenti, accompagnati da una selezione di scatti idonei a illustrare pregi e difetti dell’attrezzatura. E’ possibile che verranno presentati confronti, test e comparative, ma il più delle volte saranno privi del rigore scientifico che autori e pubblicazioni ben più illustri possono vantare, pertanto andranno intesi come il punto di vista, assai pragmatico, ma non per questo superficiale, del fotografo nell’atto del fotografare.
Inoltre vorrei, o almeno oso sperare, che questi articoli e immagini divengano una fonte di idee e spunti fotografici con un valore, un messaggio che vada oltre la cruda freddezza tecnica su cui si basa la loro realizzazione. Se ipotizziamo la fotografia come frazionabile in un affascinante frattale di aberrazioni, indici di rifrazione, lenti asferche, grafici MTF, vetri esotici e meccaniche ipercomplesse – un universo riducibile ai suoi minimi termini – lo stesso non può dirsi dell’emozione, l’atmosfera che l’immagine da tali principi determinata può, anzi sempre dovrebbe, comunicare all’osservatore.

Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/2.8, Ilford Delta 400 @1600. Milano, Piazza Duomo.

Ma veniamo all’oggetto in questione oggi: il sistema Mamiya 645 AFD. Come chiaramente s’intende dal nome si tratta di un sistema reflex medioformato modulare 6×4,5cm, dotato di lenti autofocus, utilizzabile sia con dorsi a pellicola che con digital backs (vedi Leaf e Phase One), presentato all’inizio del decennio scorso e preceduto da altri modelli MF 645, nel listino Mamiya dagli anni ’70. I corpi sono decentemente realizzati (ipoteticamente in lega di magnesio e resine plastiche, rivestito in gomma antiscivolo), mentre la qualità costruttiva delle lenti non è particolarmente brillante. Il prisma, che racchiude il sistema esposimetrico, è fisso e va a formare un ampio arco che torreggia sul dorso, dotato di volet per la protezione della pellicola. La macchina vanta un accoppiamento elettronico completo, con trasmissione dei dati di scatto tra lente, corpo, dorso e metering. L’Af, attivo su un unico punto centrale, benchè assai poco brillante per silenziosità, è relativamente veloce e reattivo e preciso. Dopo una rapida lettura del manuale è chiaro che i controlli e il feeling generale di utilizzo ricordano un tipica reflex giapponese, forse ancora più intuitivo  di una digitale, visto che la gran parte delle funzioni è accessibile tramite un pulsante specifico. Per una descrizione più completa e articolata: Wikipedia

Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/2.8, Ilford Delta 400 @1600. Milano, via Torino.

Ora, ho acquistato il corpo AFD, 2 dorsi 120 e l’ottica base, un classico 80 f/2.8 AF, sia con l’intenzione di affiancare/sostituire l’Hasselblad 501 con una MF più versatile e immediata, sia perchè attratto dalle lenti luminose presenti nell’offerta Mamiya. Mi riferisco, in particolare, al vecchio 80 f/1.9, ai 150 e 200 f/2.8 APO e ai svariati wide e ultrawide f/2.8, ormai “regalati” per poche centinaia di euro. In attesa di riuscire ad accaparrarmi uno o più di questi gioielli, posso esprimere i primi giudizi riguardo il cuore del sistema, ovvero il kit base.

Non avendo mai utilizzato un corpo medioformato AF, sono rimasto positivamente stupito dalla possibilità di sfruttare l’AF anche nel reportage e negli scatti occasionali, persino in condizioni climatiche avverse. L’occasione si è presentato il 14 Dicembre, con la prima neve a imbiancare le vie della vecchia Milano.

Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/2.8, Ilford Delta 400 @1600. Milano, piazza Duomo.

La nitidezza dell’80mm è eccellente, anche a tutta apertura, non trovo alcun difetto che ne limiti la scansione o la stampa, il che lo pone ad un livello pari o superiore al’ottimo Planar CF che uso su Hasselblad. Diaframmato raggiunge la perfezione anche ai bordi, come è naturale per un fisso normale su MF. Lo sfocato è piacevole, con transizioni morbide e punti luce vagamente tendenti al cat’s eye in periferia (si veda il primo scatto su questa pagina), con un dolce amalgamarsi al crescere della distanza dal piano focale che tuttavia non annulla la presenza dello sfondo. A mio avviso, non è plastico e pittorico come il Planar CF (non per nulla è giapponese..), benchè tali distinzioni siano frutto più dell’impressione personale filtrata attraverso le condizioni d’utilizzo sul campo, che non di differenze quantificabili. Vignettatura e distorsione non sono significativamente apprezzabili, specie su pellicola.

Milano, 14 DicembreMamiya AFD, 80/2.8, f/2.8, Ilford Delta 400 @1600. Milano, metro.

Nonostante la reflex giapponese sia costruita attorno ad un otturatore a scorrimento sul piano focale capace di tempi dell’ordine del 1/4000 (8 volte più rapido di quelli a lamelle!) e ad uno specchio di notevoli dimensioni dal rinculo non propriamente “morbido”,  non ho notato una componente vibratoria sufficientemente importante da inficiare la qualità delle immagini, anche con tempi lenti, almeno non nelle condizioni di scatto finora sperimentate. Inoltre tempi così rapidi consentono di scattare anche in pieno giorno con lenti luminose a tutta apertura o quasi senza dover ricorrere a filtri ND.Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/4, Ilford Delta 400 @1600. Milano, via Torino.

L‘autofocus è piuttosto rumoroso, ma decentemente rapido da poter agganciare soggetti in movimento lineare lento. La precisione è buona, anche se lo schermino standard non sempre consente di individuare quale sia il punto preciso in cui cade la maf (non che si possano pretendere prestazioni sportive da una macchina nata per lo studio e il paesaggio). Con qualche accorgimento e sfruttando la pellicola al limite, ci si può divertire con uno street/reportage piuttosto dinamico, ribaltando la natura primariamente “statica” di questo sistema 6×4.5 (basta guardare le foto qui pubblicate).

Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/4, Ilford Delta 400 @1600. Milano, via Torino.

Per concludere, l’esposimetro è semplicemente fantastico: è impostabile su 3 diversi settaggi, da una lettura center-weighted/semispot fino a una più ampia, difficilmente produrrà risultati lontani dall’eccellenza.

Nel complesso, una MF sfruttabile e versatile con un range di utilizzi approssimabile a quello di un reflex digitale, anche se non altrettanto facile al primo approccio. Quello che più stupisce è come sia possibile ottenere, in un corpo relativamente compatto, l’alta qualità del formato 645 libera degli ‘svantaggi’ della classica 6×6 a pozzetto (i.e. esposimetro esterno, lentezza operativa, fuoco manuale ecc..), il tutto per una cifra minore rispetto a una delle varie d-slr entry-level. Chiaramente il feeling e l’aspetto del corpo sono ben distanti dall’essere un fine esempio della meccanica di precisione tedesca, ma se considerato come uno strumento professionale (o soltanto passionale),  di certo può essere stimolante, divertente e appagante.

Spero di poter presto riportare l’esperienza con altri vetri Mamiya, primo fra tutti l’80/1.9 che, insieme al 110/2 Planar F/FE, rimane una delle lenti più luminose in assoluto sul formato medio.

Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/2.8, Fuji PRO 400H @800. Milano, piazza Duomo.

 I dati di scatto – che peraltro, la AFD consente di imprimere sul bordo del negativo in automatico – sono riportati sotto ogni foto. Tutte le immagini sono state scansionate con Epson V600 e Vuescan. On Flickr

© Gabriele Casirati, All rights reserved. All photographic images are the property of Gabriele Casirati unless stated otherwise and may not be used in any way without the written consent of the author.

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