Bokeh nitido, duro, swirly, su lenti economiche da 50-58mm per l’uso su EVIL: una serie di spunti

Allora, questo post nasce per due ragioni:
– mi è stata fatta una precisa richiesta da un gentilissimo utente via mail, con le sopracitate condizioni;
– ogni tanto – straordinariamente – qualcuno sui forum si chiede che fine abbia fatto, se sia morto, deperito, depauperato, indementito, quasi invariabilmente in thread dove si parla di lenti luminose e temi affini: a queste domande posso già rispondere: non ancora.

Questo è il messaggio che mi ha convinto a spendere una piacevole ora a cercare di scrivere qualcosa di utile per me e – spero – per altri insani che trovano nelle vecchie lenti in grado di produrre sfocati dalle caratteristiche non convenzionali un mezzo per vedere, pensare, creare oniriche immagini di mondi inesistenti: strumenti di trasfigurazione che possono rivelare quell’impercettibile e impermanente poesia che può nascondersi in una scena mondana.

[...]
Premesso questo ero alla ricerca di qualche ottica con “carattere”, qualche ottica manuale da adattare alla xe1 che abbia quei “difetti” non corretti e mi sono imbattuto in un tuo intervento qui nel forum dove postavi le varie caratteristiche delle ottiche vintage…..

La mia domanda è : nel caso tu abbia la xe1 e volessi montare un’ottica con lunghezza focale circa di 80-90 mm effettivi (quindi un 50-58 mm) che abbia uno sfocato duro tipo “Swirly” bokeh nitido a TA o chiudendo poco cosa prenderesti?
magari uno con un buon rapporto qualità prezzo…..
quindi no Leica (che adoro dalle immagini postate ma mai usati… purtroppo) altrimenti il conto corrente piange!

[...]

e la risposta..

Un 50-60mm che sia vistosamente swirly a TA ma dignitosamente nitido, richiede sì di andare indietro negli anni, giusto un qualche decennio. Dalla tua hai un sistema – il Fuji – che ti permette di adattare praticamente qualsiasi vetro, visto il tiraggio minimo. Al tempo stesso, tuttavia, limiterà le caratteristiche “anomale” del bokeh, per via del sensore APS-C che campionerà solo la porzione centrale del frame.

Come sempre, la ricerca di vetri dotati di caratteristiche (o difetti, se preferisci) peculiari può dare assuefazione, quindi come sempre sono consigliabili moderazione e senso di autocontrollo per evitare di dover spiegare alla propria moglie perchè la casa è ipotecata e perchè non ci sono più soldi per pagare la retta della scuola del proprio figliolo.. :fwink:

Allora, per uno sfocato duro, mi rivolgerei alla famiglia Olympus OM, specie il 55 f/1.2, mentre più convenzionali – e comuni – sono i 50/1.4 Zeiss (per Contax o ZE/ZF).

55 OM

50 ZE

Molto interessante, anche se non esattamente economico, il Revuenon 55 f/1.2. Esiste un’ampia scelta di superluminosi asiatici per il fotoamatore impoverito, spesso con attacco M42, che fanno proprio al caso tuo: essendo realizzati con budget limitati, non sono corretti otticamente e con MTF stellari come i vari Canon/Nikon/Leica moderni, e proprio per questo mostrano sfocati spesso spettacolari.



E anche questo Minolta MC Rokkor 50 f/1.7, piacevolmente vorticoso ma senza scadere in fastidiosi eccessi.


La famiglia dei Meyer Optik (58/1.9 Primoplan e 100/2.8 Trioplan) merita una menzione a sè stante: generano un bokeh con chiaro outlining, durissimo ma uniforme, inondando di pennellate gli spazi fuori fuoco, che risultano di rara bellezza pittorica. Spettacolari con gli sfondi naturali.

58 Primoplan


100 Trioplan


Per finire, un altro grande classico, l’Helios 40-2 85/1.5, forse uno dei più abbordabili tra quelli citati (ma un po’ oltre la focale che vorresti montare).



… e stavo per dimenticare l’Helios 44-2 58/2, fratello minore del 40-2.


Non ho incluso lenti Petzval che, benchè tendano a creare i più efficaci effetti di swirl, richiedono formati ben maggiori dell’APS-C, idealmente il grande formato.

Nella speranza che questa breve lista di spunti e suggerimenti possa essere utile anche ad altri, e che altri vogliano contribuire su questo tema non sufficientemente discusso di questi tempi, vado a farmi un caffè.

Le foto in questo post NON sono di mia proprietà, sono state trovate grazie a una semplice ricerca con google immagini e tutti i diritti sono riservati ai rispettivi proprietari.

Lunghe esposizioni sulla neve

Per concludere la mia valutazione del sistema Hasselblad, ormai uscito dal mio corredo, desidero condividere un paio di scatti realizzati durante una ciaspolata in Val Roseg, Svizzera. Si tratta di lunghe esposizioni – se la memoria non inganna – dell’ordine dei 120 e 160 secondi, ottenute grazie alla combinazione di filtro rosso e neutral density da 10 stop. I due filtri hanno consentito, non solo di immortalare il fluire del torrente tra le sponde innevate, ma anche il rapido movimento delle nuvole, già debolmente visibile a occhio nudo.
Centoventi.

Hasselblad 501c/m, 50 f/4 FLE CF Distagon, Ilford Delta 400, filtro rosso + ND 10 stop, t=120-160s.

La giornata e l’illuminazione non erano certo delle migliori, il cielo pallido e il contrasto generale piuttosto ridotto. L’esposizione è il risultato di un certo grado di approssimazione, anche perchè non avevo a portata di mano il grafico della reciprocità della Delta. Nonostante tutto anche uno scanner modesto come l’Epson V600 è riuscito, grazia a un’acquisizione a passaggi multipli, a recuperare sufficientemente i dettagli della scena, nonostante le molte aree di alte luci presenti nello scatto.

Centosessanta.

Hasselblad 501c/m, 50 f/4 FLE CF Distagon, Ilford Delta 400, filtro rosso + ND 10 stop, t=120-160s.

Note: Ringrazio Paolo per aver condiviso, come già durante altre uscite fotografiche, il suo 50 FLE.

I dati di scatto sono riportati sotto ogni foto. Tutte le immagini sono state scansionate con Epson V600 e Vuescan 9. On Flickr

© Gabriele Casirati, All rights reserved. All photographic images are the property of Gabriele Casirati unless stated otherwise and may not be used in any way without the written consent of the author.

Voigtlander 15 f/4.5 Heliar Asph.

L’articolo di oggi sarà dedicato a un piccolo grande obiettivo, forse tra i migliori nel suo segmento e sicuramente uno di quelli col più basso rapporto prezzo/prestazioni. Il 15mm f/4.5 Super Wide Heliar Aspherical è un ultragrandangolare per il sistema Leica M e V prodotto dalla giapponese Cosina e proposto, come molte altre eccellenti ottiche, sotto il marchio Voigtlander. Per quanto riguarda il prezzo, siede sugli scaffali popolati dalle plebee ottiche entry level nipponiche, con cui nessuno degli illustri vetri di Solms oserebbe immischiarsi.. ma proprio questo è il suo asso nella manica: la qualità ottica rivaleggia con quella di lenti cinque volte più costose.
Speed of life

Leica M6 TTL 0.85, Voigtlander 15 f/4.5 Heliar Asph., Fuji Superia 200. Milano, metro.

Il 15mm qui recensito è la prima versione, con attacco Leica a vite da usarsi con il rispettivo adattatore su baionetta M. Le uniche differenze introdotte dalla seconda sono la baionetta M nativa, l’accoppiamento al telemetro, la presenza di una ghiera filtri, un diverso paraluce integrato.

Si tratta di una lente di dimensioni e peso modestissimi, specie per coloro il cui metro di paragone sono i vari 14-24/2.8 e Nikon D3: 30x49mm e 106 grammi. Otto elementi in sei gruppi con superfici asferiche producono un campo inquadrato di 110° rettilinei. Il diaframma da 10 lame chiude fino a un rispettabile f/22. Si accompagna a un ottimo mirino da 4 elementi con copertura del 93% a 3m, luminosissimo e con ridotta distorsione.

Believers

Leica M6 TTL 0.85, Voigtlander 15 f/4.5 Heliar Asph., Kodak Tri-X 400. Duomo di Milano.

L’esperienza di scatto è di una semplicità disarmante: la possibilità di poter sfruttare un iperfocale vastissima rende l’uso di questa lente intuitivo, naturale. Insieme al fratello 12/5.6 Voigt, è il re della street urbana e reportage di viaggio, potendo unire le migliori caratteristiche di portabilità e fruibilità a una resa complessivamente ottima. Grazie alla ridotta distanza dal piano focale, non sono necessari i compromessi di uno schema retrofocus come sulle reflex 35mm. Questo si traduce in un fantastica planarità dell’immagine e una notevolissima nitidezza e macrocontrasto a tutte le aperture. Inoltre l’antiriflesso, anche grazie al ridotto numero delle interfaccie aria/vetro, regala scatti privi di flare, anche in condizioni critiche.

Prayer

Leica M6 TTL 0.85, Voigtlander 15 f/4.5 Heliar Asph., Kodak Tri-X 400. Duomo di Milano.

L’assenza di distorsione geometrica consente anche qualche utilizzo nel campo dell’architettura e paesaggio urbano, mentre l’inevitabile deformazione prospettica legata alla focale limita l’impiego nel ritratto di gruppo o figura intera.  La mancanza della ghiera filtri può essere fastidiosa nell’uso a pellicola bianco e nero, mentre l’accoppiamento al telemetro è del tutto superfluo, visto che a f/8 l’iperfocale arriva già sotto il mezzo metro.

today, yesterday

Leica M6 TTL 0.85, Voigtlander 15 f/4.5 Heliar Asph., Kodak T-Max 100. Milano, bus.

Gli unici accorgimenti da seguire in fase di scatto sono gli stessi che per ogni ultrawide: mantenere il più possibile la fotocamera in bolla per evitare la convergenza delle linee, fare attenzione alla severa caduta d’illuminazione perifinerica a tutta apertura (non l’ho quantificata precisamente, ma negli angoli direi che ammonta a 2-3 stop), e inquadrare accuratamente, prevedendo un certo errore di parallasse visto la posizione e l’incompleta copertura del mirino.

Sera milanese

Leica M6 TTL 0.85, Voigtlander 15 f/4.5 Heliar Asph., Fuji Superia 200. Milano, via Torino.

In conclusione, una lente estremamente perfomante in un pacchetto facilmente trasportabile e sfruttabile ogni giorno, il tutto addolcito dal prezzo più che abbordabile (dai 300€ nell’usato). Le uniche limitazioni sono quelle intrinseche alla concezione stessa dell’obiettivo: rimane uno strumento specialistico che non si adatta al ruolo di allrounder come un 35 o 50mm. Può stupire, divertire e dare grandi soddisfazioni se usato con attenzione, ma all’estremo opposto, può venire a noia, un po’ alla maniera di un fisheye.

Sea of clouds

Leica M6 TTL 0.85, Voigtlander 15 f/4.5 Heliar Asph., Fuji Superia 200. Val Roseg, Svizzera.

I dati di scatto sono riportati sotto ogni foto. Tutte le immagini sono state scansionate con Reflecta Proscan 7200 e Vuescan 9. On Flickr

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Photo-stitching su 6×6: panoramiche con l’Hasselblad

Scrivo questo breve post per descrivere un piccolo esperimento di commistione analogico-digitale che è nato direttamente sul campo, senza troppa premeditazione: unire più scansioni di scatti 6×6 a creare una panoramica. Nulla di originale, se non per le difficoltà in fase di ripresa per assicurare una buona sovrapposizione evitando eccessive distorsioni prospettiche (in assenza di una testa 3D, ovvio).

L’attrezzatura è costituita dal classico 80/2.8 CF, pellicola Fuji Acros 100 e un treppiede leggero (Velbon GEO 540). I tre scatti sono stati sovrapposti per circa il 20% dell’area, mantenendo il più possibile in bolla la macchina, ma senza accorgimenti particolari per mantenere fisso il punto nodale (essendo quasi tutti gli oggetti ripresi a grandi distanze, non sono sorte grandi discrepanze). Lo sviluppo è stato affidato allo studio Eurofotocine di Monza, e la scansione al mio Epson V600. La fusione è stata realizzata manualmente, non senza difficoltà, in PS CS4, con un lieve aggiustamento prospettico sulle singole foto per evitare la convergenza delle linee verticali.

Il tutto è nato una fredda sera Milanese… e il soggetto non poteva essere più classico.

Milano, neve

Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Acros 100. Hi-res / On Flickr

Ed ecco il risultato.. Purtroppo le alte luci erano al limite della gamma dinamica della pellicola o, più probabilmente, dello scanner, per cui c’è una perdita di informazioni. La dimensione complessiva del file è di 19000×8000 (152Mpx), cosa che il pc ha preso con una certa.. flemma. Certamente rimangono numerosi spazi per il miglioramento, lungo tutto il percorso fotografico, quindi va presa come una sperimentazione, ma in fondo trovo il risultato soddisfacente.

Per concludere, un altro scatto – decisamente più convenzionale – dalla stessa uscita, stavolta all’angolo con via Torino.

Via Torino

Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Acros 100.

Ad ogni modo, spero che questo resoconto sia stato utile e d’ispirazione a quanti scattano con la pellicola ma non disdegnano qualche tentazione digitale. Alla prossima.

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Scanner per film 35mm: Epson V600 vs Reflecta Proscan 7200

Il processo di formazione dell’immagine fotografica nasce a partire dalle scelta del soggetto, della tecnica di ripresa, illuminazione e così via del sistema da utilizzare, della lente, di diaframmi, tempi, ecc.. fino al rilascio dell’otturatore.  Nel caso della fotografia analogica, entrano in gioco alcune variabili aggiuntive: la pellicola utilizzata, lo sviluppo e – opzionalmente – la scansione. Oggi vorrei occuparmi proprio di quest’ultima visto che, in quanto fase ultima del processo di acquisizione dell’immagine, può incidere sensibilmente sulla qualità del risultato finale. Nonostante non rientri nel tradizionale rito che dalla camera oscura porta alla stampa, oggi molti fotografi scelgono di digitalizzare i negativi di modo da poterne fruire in maniera più versatile, anche grazie alla diffusione di apparecchi per la scansione dal prezzo particolarmente abbordabile.

Questo breve articolo si pone l’obiettivo di illustrare la differete resa tra due scanner di fascia media tra i più diffusi tra i fotoamatori: uno scanner piano in grado di lavorare sia con pellicole 35mm, che medio formato (120), l’Epson V600 (200€), e uno dedicato solamente al 35mm, il Reflecta Proscan 7200 (300€).

Entrambi possiedono vantaggi e svantaggi peculiari:  l’Epson è voluminoso, ben costruito, può coprire con una sola corsa fino a dodici fotogrammi 35mm oppure tre 6×6,  e vanta una risoluzione teorica massima di 6400dpi, ma la nitidezza reale non sempre rispecchia l’astronomico numero di pixel generati. Il Reflecta al contrario è compatto, anche se non altrettanto ben rifinito, e può scansionare solo un fotogramma per volta, con avanzamento manuale del porta-pellicola (contenente una striscia da sei). La risoluzione è di “soli” 3200dpi, ma il file generato è quasi sempre più croccante, dettagliato, pulito. Entrambi sono dotati di pulizia agli infrarossi (IR) per eliminare graffi e polvere.

Ma per mettere in luce le differenze e giustificare tali affermazioni, ecco un paio d’esempi pratici: esattamente lo stesso negativo bw (Ilford FP4), digitalizzato con entrambe le macchine tramite Vuescan 9, e ricampionato in PS CS4 per livellare la risoluzione al pari del Reflecta (che, purchè meno estremo dell’Epson, produce comunque rispettabilissimi file da 16mpx).

Proscan 7200

Leica M6TTL 0.85, 50/1.1 Nokton, Ilford FP4, Reflecta Proscan 7200

Epson V600

Leica M6TTL 0.85, 50/1.1 Nokton, Ilford FP4, Epson V600

crop 100% Epson vs Reflecta, man
crop 100% Epson vs Reflecta, girl

Proscan 7200

Leica M6TTL 0.85, 50/1.1 Nokton, Ilford FP4, Reflecta Proscan 7200

Epson V600

Leica M6TTL 0.85, 50/1.1 Nokton, Ilford FP4, Epson V600

crop 100%
Crop 100%

E’ evidente come il Reflecta sia più definito e risolva più dettagli fini, oltre ad essere maggiormente efficace nel penetrare ombre ed alte luci, che risultano meglio leggibili. Tuttavia questo aspetto è  specialmente valutabile in scatti più estremi, con forte recupero di aree sotto/sovraesposte, oppure scansionando diapositive. Da notare come i 3200dpi del Proscan siano più risolventi dei 6400 del V600, mostrando la difficoltà degli scanner piani sul piccolo formato. Soprattutto, il Reflecta riesce a mantenere una grana naturale, piacevole, la quale il più delle volte viene spianata dall’Epson.

In conclusione, se si possiede solo un sistema 35mm dai cui scatti è necessario produrre acquisizioni di alta qualità, tali da poter essere stampate anche da file digitale, i vantaggi di uno scanner dedicato sono lapalissiani e valgono l’esborso extra rispetto a un apparecchio convenzionale. Viceversa, chi sfrutta anche il formato 120, oppure solamente il 35mm, ma con limitate esigenze, quali la pubblicazione sul web o la creazione di “provini” digitali per la cernita delle foto,  non ha che da scegliere tra i molti scanner piani per film disponibili sul mercato, dai più economici, a quelli professionali, come il V750 Pro.

Tengo a precisare che sul formato medio (pellicola 120), l’Epson V600 produce risultati eccezionali,  generando file da oltre 120Mpx a partire da un negativo 6×6 e perdendo quei difetti che lo penalizzano su 35mm.

Monterosso

Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Acros 100. Riomaggiore, Cinque Terre.

Morteratsch

Hasselblad 501c/m, 150 f/4 CF Sonnar, Fuji Acros 100. Ghiacciaio del Morteratsch, Svizzera.

I dati di scatto sono riportati sotto ogni foto. Tutte le immagini sono state scansionate con  il software Vuescan 9. On Flickr

© Gabriele Casirati, All rights reserved. All photographic images are the property of Gabriele Casirati unless stated otherwise and may not be used in any way without the written consent of the author.

Hasselblad 501c/m

Oggi intendo raccogliere le mie impressioni su uno dei grandi classici della fotografia analogica: il sistema Hasselblad Serie V. Non mi dilungherò in prolisse descrizioni di una delle più famose fotocamere della storia, entrata ormai nell’immaginario collettivo non solo per l’impiego nelle missioni spaziali, ma anche per la vastissima schiera di fotografi professionisti che ne hanno fatto il principale strumento di lavoro e di successo.

Il progetto è razionale, modulare, basato su corpi di eccellente fattura, completamente meccanici (se escludiamo le serie “E” ed “FE”). Un po’ meno razionale è il macchinoso processo di carica del rullo, ma concendo al caro Victor questa piccolo inconveniente, visto che gran parte delle medio formato condividono la stessa diabolica procedura. Le ottiche con otturatore centrale sono firmate Zeiss, praticamente tutte di altissimo livello, alcune vicine alla perfezione, (vedi i ‘Superachromat’). Una speciale menzione va ai vetrini di messa a fuoco, in particolare gli Acute Matte: ammirare l’inquadratura attraverso il pozzetto con uno di questi costosi accessori è una festa per gli occhi e basta a giustificare l’acquisto di un corredo 6×6. Ma veniamo al dunque..

L’esperienza di scatto è riflessiva, quasi catartica, un rito che esige tempo e disciplina, in cui ogni aspetto dello scatto è affidato al fotografo, fino al liberatorio rilascio dell’otturatore e al sonoro richiudersi delle tendine. Si ha quindi l’impressione, più spiccatamente rispetto ad ogni altro tipo di camera, che l’immagine sia in fieri, un divenire, e che la pressione del pulsante di scatto sia solo l’atto finale.

Monterosso

Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Acros 100. Riomaggiore, Cinque Terre.

Un altro aspetto che apprezzo di questa fotografia puramente manuale è la necessità di integrazione di una lunga serie di parametri: la lettura dell’esposimetro, le impostazioni di questo, la profondità di campo desiderata, la reciprocità della pellicola, l’uso di filtri o polarizzatori, la scala di tempi e diaframmi graduata in “1/2″ stop, ecc… la cui approssimazione porta alla scelta finale dell’esposizione. Ne è un esempio questo scatto di Riomaggiore: passato il tramonto, con un treppiedi improvvisato sugli scogli, una semi-inutile misurazione esposimetrica (visto l’elevato contrasto zonale) e il calcolo dei tempi “a occhio” per coprire l’eventuale difetto di reciprocità (non avevo con me il data sheet dell’Acros 100) e via scatto flessibile premuto seguendo il ticchettare della lancetta dell’orologio..

Morteratsch

Hasselblad 501c/m, 150 f/4 CF Sonnar, Fuji Acros 100. Ghiacciaio del Morteratsch, Svizzera.

Inoltre, usare un oggetto “antiquato” come un Hasselblad, o una qualsiasi vecchia medio formato meccanica, è – con un po’ di feticismo – un atto di gratificazione, un piacere. Ma può essere anche un momento “terapeutico” contro la patologica frenesia del moderno fotografo digitale. Quest’escursione ai piedi del ghiacciaio del Morteratsch era appena la terza o quarta sessione di scatto con la svedese: ora riconosco che, se avessi portato la 1DIII o un’altra digitale, probabilmente mi sarei perso i dettagli mozzafiato del ghiaccio sulla vetta, o le linee sinuose disegnate dalle passate frane, o l’attenzione scrupolosa all’inquadratura in fase di scatto.

Parlando di dettagli, va detto che un buona pellicola 120 a bassa-media sensibilità, è in grado di rivaleggiare con i migliori sensori 35mm FF da 20-24+ Mpx per risoluzione, mentre in quanto a gamma dinamica, realismo, resa dei toni d’ombra e luce, per certi versi, è imbattibile. Basta uno scanner economico come l’Epson utilizzato per queste scansioni e un kit 6×6 usato da 600-700€ per fruire anche in formato elettronico di alcune tra le migliori ottiche tedesche mai realizzate.

Vadret da Morteratsch

Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Provia 100. Ghiacciaio del Morteratsch, Svizzera.

E visto che di ottiche tedesche si parla, ecco una rapidissima carrellata dei principali obiettivi disponibili. L’80mm f/2.8 è la lente standard; che sia C, CF, CFe/i, rimane un vetro impeccabile, come ogni “normale” dovrebbe essere. I grandangolari 40mm e 50mm f/4 fanno un egregio lavoro, specie alle lunghe distanze, ma raggiungono l’apoteosi nella declinazione FLE, ovvero la versione dotata di elemento flottante. Con l’aggiunta di una ghiera secondaria su cui impostare il range di messa a fuoco, la lente viene corretta per le brevi e brevissime distanze, ampliando ulteriormente le possibilità d’utilizzo. Il medio tele più comune è il 150mm f/4 e, come ci si potrebbe aspettare da un design Sonnar, è deliziosamente neutro, plastico e definito. Il fratello maggiore allunga di altri soli 30mm, ma è di indole decisamente differente, più clinico, preciso, risolvente: il 180mm f/4 è uno strumento specialistico, per la fotografia che richiede il massimo dettaglio e il minimo di aberrazioni. Il  250mm f/5.6, le cui dimensioni, così come il peso, iniziano a diventare preoccupanti, è l’ideale per il paesaggio a lunghe distanze (superfluo sottolineare la bontà ottica anche di questa lente).

05

Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Provia 100. Tellaro (Lerici)

Prendendo il considerazione il suddetto 80mm f/2.8 CF, benchè il ritratto di questo oleandro in fiore non sia certo un esempio di grande fotografia, mostra chiaramente la plasticità e le transizioni tonali nello sfocato del Planar. Il soggetto floreale non è particolarmente benevolo nei confronti di ottiche mediocri, ma in questo caso il fogliame è reso in maniera squisitamente neutrale, senza un fastidioso outline sui punti fuori fuoco. Al tempo stesso la resa non è destruente, come nel caso di altri vetri che affogano i dettagli dello sfondo in un mare di sfocato informe, appiattendo l’immagine. Anche grazie ai bellssimi e naturali colori della Provia 100, il ramo in fiore spicca nettamente, si “solleva”, quasi a superare i limiti dell’immagine bidimensionale.

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Hasselblad 501c/m, 50 f/4 FLE CF Distagon, Ilford Delta 100. Ex ospedale psichiatrico di Mombello.

Per dimostrare invece quanto siano risolventi le lenti, niente meglio dell’accoppiata con la Ilford Delta 100, una delle pellicole di media sensibilità con grana fine ed eccellente definizione, tra le migliori tra quelle finora da me provate. Questi scatti che ritraggono le corsie dell’ex-manicomio di Mombello, mettono in luce non solo la capacità di descrizione dei dettagli fini, ma anche altre fondamentali caratteristiche tipiche del medio formato: ariosità e tridimensionalità. La continuità dei corridoi è sezionata dal geometrico ripetersi di porte e finestre socchiuse,  che moltiplicano le fonti di luce e generano pozzanghere d’ombra negli anfratti dove l’intonaco si scrosta dalle pareti e viene sostituito dalle muffe;  il senso profondità ne è esaltato, non solo per via delle linee prospettiche convergenti, ma anche grazie al contrasto macroscopico tra le aree a diversa illuminazione, ben descritte grazie all’ampia gamma dinamica del formato medio.

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Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 Planar, Ilford Delta 100. Ex ospedale psichiatrico di Mombello.

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Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 Planar, Ilford Delta 100. Ex ospedale psichiatrico di Mombello.

In condizioni di scatto subottimali, la Svedese consente, con un po’ d’attenzione, di scattare a mano libera con tempi lenti dell’ordine del 1/10 – 1/2s, ottenendo comunque un buon livello di nitidezza. Come nel caso di questi affreschi ritratti all’interno del Santuario di Treviglio, peraltro decisamente poco illuminato.. i puristi storceranno il naso, ma.. di necessità virtù.

Holy lightHasselblad 501c/m, 80 f/2.8 CF Planar, Fuji Provia 100. Santuario, Treviglio.

Se proprio devo trovare un difetto a questo storico sistema, a mio avviso rimane la ridotta apertura massima delle lenti. Capisco che l’otturatore centrale non consenta diaframmi superiori a f/2.8-4 per la maggior parte delle focali e che queste siano state ideate per l’impiego in studio, press, paesaggio, ecc.. ma personalmente questo limita il campo d’impiego della mia 501 c/m. Per ovviare al problema, mi sono interessato alla 203FE e al fantastico range di ottiche prive di otturatore (in media uno stop più luminose), la cui punta di diamante rimanr celebre 110 f/2 Planar.. ma i prezzi d’acquisto mi hanno dissuaso. In base a queste considerazioni, ho scelto di affiancare all’Hasselblad una compagna giapponese e molto più recente: la Mamiya 645 AFD. Anche in questo caso un otturatore a scorrimento sul piano focale si fa carico dell’esposizione, così  che possano esistere vetri come il 80 f/1.9, 45, 55, 150 e 200 f/2.8, 300 f/4.5, ecc… Ho riportato le mie prime impressioni sul sistema Mamiya nel post precedente, per chi fosse interessato.
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Hasselblad 501c/m, 80 f/2.8 Planar, Ilford Delta 100. Ex ospedale psichiatrico di Mombello.

I dati di scatto sono riportati sotto ogni foto. Tutte le immagini sono state scansionate con Epson V600 e Vuescan. On Flickr

© Gabriele Casirati, All rights reserved. All photographic images are the property of Gabriele Casirati unless stated otherwise and may not be used in any way without the written consent of the author.

Mamiya 645 AFD

Primo articolo, del quale mi servirò anche per una breve presentazione, per il nuovo blog e primo resoconto per la Mamiya 645AFD, da poco entrata a far parte del corredo.

Questa recensione, come anche le prossime, sarà primariamente un resoconto delle mie impressioni sul campo, un cocktail di opinioni e suggerimenti, accompagnati da una selezione di scatti idonei a illustrare pregi e difetti dell’attrezzatura. E’ possibile che verranno presentati confronti, test e comparative, ma il più delle volte saranno privi del rigore scientifico che autori e pubblicazioni ben più illustri possono vantare, pertanto andranno intesi come il punto di vista, assai pragmatico, ma non per questo superficiale, del fotografo nell’atto del fotografare.
Inoltre vorrei, o almeno oso sperare, che questi articoli e immagini divengano una fonte di idee e spunti fotografici con un valore, un messaggio che vada oltre la cruda freddezza tecnica su cui si basa la loro realizzazione. Se ipotizziamo la fotografia come frazionabile in un affascinante frattale di aberrazioni, indici di rifrazione, lenti asferche, grafici MTF, vetri esotici e meccaniche ipercomplesse – un universo riducibile ai suoi minimi termini – lo stesso non può dirsi dell’emozione, l’atmosfera che l’immagine da tali principi determinata può, anzi sempre dovrebbe, comunicare all’osservatore.

Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/2.8, Ilford Delta 400 @1600. Milano, Piazza Duomo.

Ma veniamo all’oggetto in questione oggi: il sistema Mamiya 645 AFD. Come chiaramente s’intende dal nome si tratta di un sistema reflex medioformato modulare 6×4,5cm, dotato di lenti autofocus, utilizzabile sia con dorsi a pellicola che con digital backs (vedi Leaf e Phase One), presentato all’inizio del decennio scorso e preceduto da altri modelli MF 645, nel listino Mamiya dagli anni ’70. I corpi sono decentemente realizzati (ipoteticamente in lega di magnesio e resine plastiche, rivestito in gomma antiscivolo), mentre la qualità costruttiva delle lenti non è particolarmente brillante. Il prisma, che racchiude il sistema esposimetrico, è fisso e va a formare un ampio arco che torreggia sul dorso, dotato di volet per la protezione della pellicola. La macchina vanta un accoppiamento elettronico completo, con trasmissione dei dati di scatto tra lente, corpo, dorso e metering. L’Af, attivo su un unico punto centrale, benchè assai poco brillante per silenziosità, è relativamente veloce e reattivo e preciso. Dopo una rapida lettura del manuale è chiaro che i controlli e il feeling generale di utilizzo ricordano un tipica reflex giapponese, forse ancora più intuitivo  di una digitale, visto che la gran parte delle funzioni è accessibile tramite un pulsante specifico. Per una descrizione più completa e articolata: Wikipedia

Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/2.8, Ilford Delta 400 @1600. Milano, via Torino.

Ora, ho acquistato il corpo AFD, 2 dorsi 120 e l’ottica base, un classico 80 f/2.8 AF, sia con l’intenzione di affiancare/sostituire l’Hasselblad 501 con una MF più versatile e immediata, sia perchè attratto dalle lenti luminose presenti nell’offerta Mamiya. Mi riferisco, in particolare, al vecchio 80 f/1.9, ai 150 e 200 f/2.8 APO e ai svariati wide e ultrawide f/2.8, ormai “regalati” per poche centinaia di euro. In attesa di riuscire ad accaparrarmi uno o più di questi gioielli, posso esprimere i primi giudizi riguardo il cuore del sistema, ovvero il kit base.

Non avendo mai utilizzato un corpo medioformato AF, sono rimasto positivamente stupito dalla possibilità di sfruttare l’AF anche nel reportage e negli scatti occasionali, persino in condizioni climatiche avverse. L’occasione si è presentato il 14 Dicembre, con la prima neve a imbiancare le vie della vecchia Milano.

Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/2.8, Ilford Delta 400 @1600. Milano, piazza Duomo.

La nitidezza dell’80mm è eccellente, anche a tutta apertura, non trovo alcun difetto che ne limiti la scansione o la stampa, il che lo pone ad un livello pari o superiore al’ottimo Planar CF che uso su Hasselblad. Diaframmato raggiunge la perfezione anche ai bordi, come è naturale per un fisso normale su MF. Lo sfocato è piacevole, con transizioni morbide e punti luce vagamente tendenti al cat’s eye in periferia (si veda il primo scatto su questa pagina), con un dolce amalgamarsi al crescere della distanza dal piano focale che tuttavia non annulla la presenza dello sfondo. A mio avviso, non è plastico e pittorico come il Planar CF (non per nulla è giapponese..), benchè tali distinzioni siano frutto più dell’impressione personale filtrata attraverso le condizioni d’utilizzo sul campo, che non di differenze quantificabili. Vignettatura e distorsione non sono significativamente apprezzabili, specie su pellicola.

Milano, 14 DicembreMamiya AFD, 80/2.8, f/2.8, Ilford Delta 400 @1600. Milano, metro.

Nonostante la reflex giapponese sia costruita attorno ad un otturatore a scorrimento sul piano focale capace di tempi dell’ordine del 1/4000 (8 volte più rapido di quelli a lamelle!) e ad uno specchio di notevoli dimensioni dal rinculo non propriamente “morbido”,  non ho notato una componente vibratoria sufficientemente importante da inficiare la qualità delle immagini, anche con tempi lenti, almeno non nelle condizioni di scatto finora sperimentate. Inoltre tempi così rapidi consentono di scattare anche in pieno giorno con lenti luminose a tutta apertura o quasi senza dover ricorrere a filtri ND.Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/4, Ilford Delta 400 @1600. Milano, via Torino.

L‘autofocus è piuttosto rumoroso, ma decentemente rapido da poter agganciare soggetti in movimento lineare lento. La precisione è buona, anche se lo schermino standard non sempre consente di individuare quale sia il punto preciso in cui cade la maf (non che si possano pretendere prestazioni sportive da una macchina nata per lo studio e il paesaggio). Con qualche accorgimento e sfruttando la pellicola al limite, ci si può divertire con uno street/reportage piuttosto dinamico, ribaltando la natura primariamente “statica” di questo sistema 6×4.5 (basta guardare le foto qui pubblicate).

Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/4, Ilford Delta 400 @1600. Milano, via Torino.

Per concludere, l’esposimetro è semplicemente fantastico: è impostabile su 3 diversi settaggi, da una lettura center-weighted/semispot fino a una più ampia, difficilmente produrrà risultati lontani dall’eccellenza.

Nel complesso, una MF sfruttabile e versatile con un range di utilizzi approssimabile a quello di un reflex digitale, anche se non altrettanto facile al primo approccio. Quello che più stupisce è come sia possibile ottenere, in un corpo relativamente compatto, l’alta qualità del formato 645 libera degli ‘svantaggi’ della classica 6×6 a pozzetto (i.e. esposimetro esterno, lentezza operativa, fuoco manuale ecc..), il tutto per una cifra minore rispetto a una delle varie d-slr entry-level. Chiaramente il feeling e l’aspetto del corpo sono ben distanti dall’essere un fine esempio della meccanica di precisione tedesca, ma se considerato come uno strumento professionale (o soltanto passionale),  di certo può essere stimolante, divertente e appagante.

Spero di poter presto riportare l’esperienza con altri vetri Mamiya, primo fra tutti l’80/1.9 che, insieme al 110/2 Planar F/FE, rimane una delle lenti più luminose in assoluto sul formato medio.

Milano, 14 Dicembre

Mamiya AFD, 80/2.8, f/2.8, Fuji PRO 400H @800. Milano, piazza Duomo.

 I dati di scatto - che peraltro, la AFD consente di imprimere sul bordo del negativo in automatico – sono riportati sotto ogni foto. Tutte le immagini sono state scansionate con Epson V600 e Vuescan. On Flickr

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